Reportage: Pandemic: Matt Leacock e Paolo Mori ci raccontano la caduta di Roma

E’ ormai una consolidata tradizione per Matt Leacock, autore della fortunatissima serie di giochi cooperativi Pandemic, di accompagnare l’edizione annuale del campionato di Pandemic Survival con una versione, come dire, localizzata sulla nazione ospitante le finali.

Se così nel 2016 fu pubblicato Iberia, ambientato nella Spagna del 19esimo secolo, e nel 2017 Alta Marea, dove invece delle malattie bisognava prevenire inondazioni nei Paesi Bassi, in questo 2018, avendo il nostro paese l’onore di ospitare le finali proprio qui a Lucca durante il Comics & Games, arriva questo Pandemic: La Caduta di Roma.

 




Come già visto in Alta Marea, le malattie da debellare cedono il passo ad un altro tipo di minaccia più consona al tema della Roma imperiale: le invasioni barbariche. Ad aiutare Leacock nell’ideazione di questa incarnazione italica di Pandemic Survival, un pezzo da 90 del game design nazionale come Paolo Mori, autore di titoli di successo come Vasco de Gama o Dogs of War.
Li incontriamo in una mattina chiara e mite alla sala Ingellis della sezione Games della manifestazione lucchese, per una piacevole chiacchierata riguardante questo nuovo titolo, moderata dal giornalista Alessio Lana.

Dopo i ringraziamenti e le cortesie iniziali di rito, Leacock introduce le novità di La Caduta di Roma. I già citati barbari mettono in pericolo i confini dell’Impero. Il nostro compito è riuscire ad impedire la caduta di Roma attraverso un mix sapiente di battaglie e alleanze con gli invasori. Le battaglie verranno risolte tramite il lancio di dadi, che sono una novità nel mondo di Pandemic. L’altra grossa novità, illustrata da Paolo Mori, è che La Caduta di Roma prevede una modalità di gioco solitario. Un modalità che, secondo Mori, si sposa molto bene con la natura cooperativa del gioco e che purtroppo non è spesso presente in giochi simili.

Viene affrontata la questione dello sviluppo in team del gioco: durata un anno e con un oceano di mezzo. Leacock racconta del metodo trovato con Mori di incontrarsi settimanalmente per una videoconferenza, discutere ipotesi e idee per successivamente metterle alla prova ognuno per proprio conto e riportarsi le relative opinioni per l’incontro seguente. Facendo tesoro del proprio passato nella programmazione software, Leacock aveva istituito un diario di progettazione in cui documentare tutte le modifiche apportate al gioco e le versioni provvisorie, che sono arrivate a 37 prima di avere quella definitiva. Così veniamo a conoscenza che l’introduzione del dado come risoluzione delle battaglie è stata un’idea di Mori di cui Leacock, all’inizio scettico, ne è stato conquistato. Tuttavia la differenza più significativa con il Pandemic classico è la gestione della minaccia rappresentata dai barbari. I barbari premono e si diffondono principalmente dai confini, ma, in una meccanica di derivazione storica, è possibile anche stringervi alleanze fino al punto di integrarli nelle proprie legioni, trasformando così un problema in un valido ausilio.
Visto il peso delle innovazioni apportate rispetto al sistema classico, Lana chiede a Leacock come hanno reagito i fan di Pandemic a queste uscite così differenti e lui riporta che fino adesso i commenti sono stati tutti molto positivi. I fan sembrano gradire i giochi che ricordino il Classic, ma ognuno con le sue proprie sfumatura per dare un differente sapore. Per lui però, come autore, l’obiettivo più importante è sempre stato che ognuno di questi giochi si reggesse da solo, sulle proprie gambe. Confessa che la fase più difficile per lui è la sperimentazione iniziale, con la forte necessità di esprimere idee fresche e innovative. Avere un motore su cui lavorare, il concetto base di Pandemic, è un grande aiuto ma la vera sfida è riuscire a sfruttarlo ogni volta per creare un prodotto diverso. Differente invece il tipo di sfida affrontato da Mori in questo progetto: normalmente l’ispirazione per i suoi prodotti gli viene proprio giocando ripetutamente ad altri giochi e notando aspetti su cui si può lavorare, stavolta invece gli è stato esplicitamente chiesto di partire da un sistema già consolidato.

Da parte nostra, chiediamo ai due autori se avevano pensato, o se potesse essere un’idea per il futuro, aggiungere qualcosa nell’esperienza di gioco che rifletta tutto lo scalpore creato dalle istanze anti-vacciniste nel mondo e anche nel nostro paese. Mori racconta che in fase di creazione per La Caduta di Roma, tra le tante ambientazioni vagliate per l'Italia non hanno tenuto in considerazione la tematica, mentre Leacock aggiunge che, pur essendo a conoscenza della situazione, ha preferito tenere per i suoi giochi un approccio meno diretto. La sua idea è che un Pandemic che si scagliasse attivamente contro gli anti-vaccinisti sarebbe evitato dagli stessi, perdendo così l’effetto che il gioco normale potrebbe avere su queste persone. Mori aggiunge scherzosamente che, se proprio uno volesse, potrebbe aggiungere a qualunque Pandemic dei cubetti che non si curano perché si oppongono.
Il pubblico in sala, affamato di curiosità sullo sviluppo del gioco, chiede se ci sono aneddoti legati al playtesting e portati dentro il gioco. Purtroppo Matt non ne ha uno in particolare per La Caduta di Roma, ma ricorda che durante il playtesting di Pandemic Legacy i playtester reagirono ad un grossa rivelazione che accadeva nel gioco abbattendosi, un tipo di emozione che era l’esatto contrario di quello che cercava di scatenare. Questo esito portò a cambiare completamente quella rivelazione nella campagna di Pandemic Legacy. Paolo Mori aggiunge che Matt Leacock è talmente attento al playtesting, da registare le partite per capire meglio le emozioni dei giocatori: una volta, proprio durante il playtest di La Caduta di Roma, hanno notato che i giocatori interpretavano una regola in un modo diverso da come l’avevano concepita, ma sempre nello stesso modo. Hanno cosi deciso di cambiarla per dargli proprio quell’interpretazione.
L’incontro si chiude con una domanda su quanto Matt si aspettasse il successo che Pandemic ha poi avuto, alla quale risponde che lui fu già stupito che qualcuno glielo volesse pubblicare e solo alla seconda edizione cominciò a fare i conti col reale impatto che il suo gioco stava avendo in tutto il mondo. La piacevole chiacchierata deve però giungere al termine, Matt Leacock è costretto a lasciare la sala Ingellis, poichè lo attendono al Carducci per la premiazione della finale di Pandemic Survival che si sarebbe svolta da li a pochi minuti: dopo giorni di accesissima sfida tra concorrenti di tutto il mondo, il titolo di campioni è andato alla squadra Olandese!