Primo piano: Spiel des Jahres - Un prezioso passo verso l'integrazione

Con questo articolo riprendiamo il nostro lavoro di traduzione degli articoli della rubrica Spielraum, curata dall’illustre giuria del premio tedesco Spiel Des Jahres. Negli anni i giurati non si sono limitati a condividere con noi riflessioni sui giochi e sul mercato, ma anche resoconti sulle loro attività legate al mondo ludico. Bernhard Löhlein aveva già parlato in passato in questo spazio del rapporto tra giochi e religione o dell’importanza dell’inclusione sociale nei giochi. Oggi ci parla di una bellissima esperienza legata a un fenomeno che riguarda tutta l’Europa e in special modo il nostro paese: l’integrazione dei giovani profughi attraverso il gioco.




Un prezioso passo verso l’integrazione di Bernhard Löhlein

Giocare con profughi minorenni e non accompagnati

Scimmie lanciano piccole noci di cocco in giro per la stanza, un aviatore impazzito spaventa i polli e casse vengono caricate su una nave ondeggiante. Nessun dubbio, si sta proprio giocando. CRAZY COCONUTS, LOOPING LOUIE e RIFF RAFF sono i giochi preferiti di questo pomeriggio, ma c’è qualcosa di diverso dal solito: la stanza si riempie di un misto di tedesco, inglese e lingue orientali. Indigeni adolescenti e profughi minorenni e abbandonati stanno giocando assieme e io osservo la scena, curioso, contento… e sollevato, perché non ero per niente sicuro che questo esperimento potesse funzionare.

Tutto era iniziato a dicembre 2015: “Vincete un pomeriggio di giochi con un esperto”, questo era uno dei remunerativi premi del calendario dell’avvento della diocesi di Eichstatt. L’esperto… beh… sarei io ed ero sulle spine per sapere chi mi avrebbe “vinto”. Il caso ha voluto che fosse un gruppo di giovani di una parrocchia di Ingolstadt, che da lungo tempo voleva organizzare un pomeriggio di giochi per giovani profughi, che erano stati sistemati nei paraggi. Questa sembrava l’occasione giusta. Con un “esperto di giochi” come me al loro fianco avrebbe sicuramente funzionato.

Ero molto entusiasta dell’idea, che però al tempo stesso mi poneva di fronte una grossa sfida: quali giochi dovevo scegliere? Novità o classici? I giovani che vengono dall’Afghanistan, dall’Eritrea o dalla Siria saranno abituati ai giochi da tavolo? Ero insicuro, così ho impacchettato un po’ di giochi che si spiegano velocemente e mi sono semplicemente messo a vedere cosa sarebbe successo.

Inizialmente tutto è andato regolarmente: “come ti chiami? da dove vieni?”, insomma i giovani hanno fatto conoscenza. Intanto in disparte io preparavo alcuni giochi. “MAKE’N’BREAK funziona sempre”, pensavo, perché non c’è bisogno di parlare. Con RIFF RAFF ho iniziato ad avere i primi dubbi: un gioco di destrezza con una nave che viene sballottata a destra e a manca dalle onde alte. “Forse non proprio adatta se un giovane deve elaborare un esperienza traumatica in mezzo al  mediterraneo…”

I timori sono infondati. Dopo nemmeno cinque minuti tutti i tavoli da gioco sono occupati. Io vado da un tavolo all’altro e spiego il gioco. Alcuni sono già noti agli adolescenti della zona e non devo aggiungere molto. E´ un successo. E’ palese che tutti si divertano. Maschi e femmine giocano assieme senza che ci sia bisogno di forzarli, ci si scambiano numeri di cellulare, il gioco diventa un modo di rompere il ghiaccio. Sempre più profughi, che all’inizio erano scettici, si aggiungono ai tavoli. Io mi metto da parte e ancora una volta posso notare che il gioco unisce le persone superando le barriere.

“I giovani devono anzitutto imparare il nostro modo di giocare”

Due mesi dopo, per un reportage della radio, visito la comunità Mennonita di Ingolstadt. Qui ci sono molti volontari che si occupano dei profughi dei dintorni e anche i giovani organizzano ogni due settimane un incontro pomeridiano per profughi minorenni non accompagnati e lo organizzano con i giochi. Questo mi ha ovviamente incuriosito, quindi ho preso parte ad uno di questi incontri per vedere come cucinano, fanno bricolage e giocano assieme. Classici come UNO o RUMMIKUB, ma per i profughi una nuova esperienza: “Non conoscono il nostro modo di giocare”, dice Kathrin Fromm, la leader del gruppo, “Alcuni giocano a scacchi, ma i giochi da tavolo con i dadi e le carte devono prima impararli a conoscere, però si divertono”.

Questo lo si nota molto bene. Ovunque nella stanza si alzano risate e, detto per inciso, adesso i giovani parlano solo tedesco. I profughi frequentano da qualche mese l’istituto professionale e hanno già fatto grandi progressi. Giocare assieme e quindi un modo duplice di costruire ponti: da una parte i giovani si incontrano e dall’altra si divertono passando il tempo in modo piacevole.
Adesso quando dovrò nuovamente organizzare un pomeriggio di giochi con profughi minorenni e non accompagnati, so a che cosa devo fare attenzione:

1.    i giochi non devono solo avere regole semplici, ma colui che le spiega deve avere il coraggio di semplificare trascurando alcuni dettagli;

2.    particolarmente adatti sono i giochi di destrezza o quelli che si rifanno a cose familiari, come colori, numeri o forme;

3.    passato del tempo, in particolare una volta che la conoscenza della lingua è migliorata, diventeranno più apprezzati i giochi strategici;

4.    molto importante, e per me questa è la vera scoperta di questi pomeriggi di gioco: i coetanei di nazioni e culture diverse si avvicinano giocando. Quando i profughi giocano tra di loro è sicuramente divertente, ma è quando giocano con gli indigeni che tramite il gioco si fa un decisivo passo avanti verso l’integrazione.

A proposito: l’associazione Spiel des Jahres nel 2017 sostiene progetti di gioco con i profughi. Per maggiori informazioni www.spieldesjahres.de

(Articolo originale - Traduzione a cura di Fabrizio Paoli)